
di Alberto Pierini
AREZZO
Si mette saldamente sulla scia di Tomaso Montanari: ma avrebbe detto lo stesso il giorno prima, anche senza aver sentito il parere del critico e saggista fiorentino. "Certo che meriterebbe il riconoscimento dell’Unesco: nessuno potrebbe seriamente sostenere il contrario. Ma..". Ma? Ecco l’eccezione che sembra accomunare i grandi esperti d’arte. "Non ne ha bisogno e sotto sotto sono convinto che sposterebbe davvero poco anche per la promozione del capolavoro". Lui, anzi loro: gli affreschi di Piero, il gioiello dei gioielli dell’arte aretina, la calamita dei turisti che arrivano.
Di quel gioiello Stefano Casciu ha idealmente le "chiavi", essendo il direttore del polo museale toscano, sotto le cui insegne viaggiano 49 luoghi della cultura di proprietà statale. Pinacoteche, musei archeologici, cenacoli, ville medicee, fortezze, edifici di destinazione religiosa. "Alcuni inseriti nella World Heritage List dell’Unesco": e a sottolinearlo non è un campanilista aretino ma lo stesso sito del polo museale subito sotto la testata.- Segno che quel riconoscimento tanto indifferente non è.
Ma la lettura resta quella artistica. "E’ un capolavoro che fa parte del patrimonio universale di per sè: gli effetti a volte mi sfuggono. Se sei nella lista Unesco non hai risorse dall’ente per rilanciare la promozione o le possibilità di goderne. Sei comunque da solo con i finanziamenti che riesci a procurarti".
Sullo sfondo resta quasi invisibile una delle variabili che danno invece del tu al turismo: se nella tua città ci sono gioielli Unesco chi arriva ha un motivo e una spinta in più per inserirla nel suo tour. Una "guida" ma che scatta, pensiamo alle famose stelle del touring, che condizionavano le giornate dei visitatori.
"Ma nei fatti sono riconoscimenti che a volte portano più oneri che onori, impongono vincoli precisi". Casciu, dirigente ma anche innamorato dell’arte, non ha paura di passare da pragmatico. "A volte tutto diventa più difficile: ma ciò non toglie, e lo sottolineo, che è di sicuro una delle opere che lo meriterebbe". Come capolavoro o come percorso? "In quel caso, penso al percorso longobardo, l’organizzazione diventerebbe ancora più complessa per la fruizione delle opere". Fruizione che resta il suo mantra. Ha ben presenti i problemi che si stanno verificando per accogliere i turisti a San Francesco a fronte dei forti ridimensionamenti imposti dal Covid. Con il green pass quei numeri potrebbero essere ritoccati? "Gli spazi di Cappella Bacci sono stretti, per ora non ci sono garanzie sui possibili ampliamenti di posti. Però stiamo lavorando per quel risultato, sia sul numero degli ingressi che su quello dei turni". Quando prende un impegno, lo ha dimostrato con il museo medievale, alla fine il risultato lo trova. Margini ci sono ad esempio sui giorni di chiusura, perché con le caratteristiche del turismo aretino anche un’estensione al lunedì porrebbe essere efficace: a detta di tutti i ristoratori del centro è uno dei giorni migliori per le presenze di turisti.
E intanto prende corpo un altro traguardo. "Abbiamo chiesto al ministero le risorse per la ripulitura periodica degli affreschi: entro l’anno dovremmo avere la data". Un intervento che sembra banale ma è invece determinante per la qualità della cappella e per tutelare la perfetta visione del capolavoro da parte dei turisti. Oltre a consentire un’analisi più approfondita dello stato di manutenzione dei colori, in presa diretta dalle impalcature. Perché forse nel patrimonio dell’Unesco non entreremo mai: ma se tante volte ci riuscissimo dobbiamo farci trovare pronti. E con il vestito buono.