LUCIA
Cronaca

Quella storia di cartapesta. Dalle prime carte del ‘500 alle veglie a teatro Garibaldi. Lo sbarco dei grandi carri

Dietro i giganti che stregano il pubblico mesi di lavoro, la svolta degli anni ‘30. Sulle pagine dei testamenti il legame profondo tra la vita del paese e la festa.

BigozziIl gioco della complicità, la danza delle mascherate che si contendono il primato della gara, l’esplosione dei colori, il fascino dei giganti di cartapesta che sfiorano i tetti dei vicoli. È l’allegria dei bambini che nel regno di re Giocondo sono protagonisti di una festa nella festa. A Foiano il Carnevale cambia pelle ogni domenica lasciando a quella del debutto il verdetto sul carro vincitore (già in cassaforte). La giuria ha scelto su chi puntare lo scettro di re Giocondo e il mistero fa salire la febbre tra i cantieristi. Nottambuli, Azzurri, Rustici e Bombolo: i quattro moschettieri del Carnevale che affonda le radici nel Rinascimento e nelle relazioni, strettissime, tra Foiano e Firenze, al tempo de’ Medici. L’origine di quella che anticamente era una festa pagana, è tracciata nello Statuto della Comunità dell’anno 1539, dove si assegna un tempo alla celebrazione. Tre giorni: “il dì di Carnovale con uno di inanzi e uno di poi..”.

Ricostruirne la "forma" è impresa complessa: documenti datati 1809 e custoditi nel grande archivio dell’associazione Carnevale, dicono che in quel tempo la festa non veniva celebrata con cerimonie dedicate e tuttavia la ricorrenza era molto sentita e vissuta come "festa comandata" del calendario annuale. Al punto che il Podestà Vulpillot emise un’ordinanza con la quale veniva permesso l’uso di maschere. Le giornate carnevalesche non avevano una proiezione nel paese, perchè erano per lo più veglie allestite nella grande cucina delle case coloniche, accompagnate da un tripudio di "cenci"": dolcetti di pasta frolla da gustare insieme al Vinsanto. Già nel 1826 le feste di Carnevale avevano mutato la loro essenza e dalle cucine coi grandi focolari delle Leopoldine, si erano trasferite nel teatro del paese, il Garibaldi: qui generazioni di foianesi hanno danzato e si sono innamorati, nella penombra dei palchetti: galeotto fu re Giocondo. Nei documenti dell’archivio si scopre scopre che il teatro era sempre aperto in questo periodo, nonostante il peso dei costi, perchè c’era la consapevolezza del valore che ricopriva l’avvenimento. Oltre ad offrire "lecito divertimento al pubblico è altresì di non lieve utilità al medesimo poiché devia molti oziosi dai luoghi di vizio ed istruisce le masse". Per questo, il presidente dell’Accademia Teatrale nel 1863 chiedeva al Comune "di accordarle una somma a sgravio di quella superiormente deliberata in dote per l’apertura del Teatro"". Il veglione di Carnevale al Garibaldi, era un appuntamento irrinunciabile per i foianesi, ed è rimasto così per decenni. Un appuntamento per il quale tutti si preparavano nei mesi precedenti, curando la scelta dell’abito in maschera, cucito dalle sarte del paese. La parole d’ordine era: stupire.

L’evoluzione della festa ricolloca le lancette della storia agli anni Trenta e segna un altro giro di boa: la festa esce in piazza e per le vie del centro. Tutti partecipano a un rito collettivo che muove dal desiderio di evasione, di leggerezza. La gente si incontra, condivide emozioni ed è come se si prendesse una pausa dal tran tran quotidiano: via i pensieri, avanti l’allegria. Ed è così ancora oggi che re Giocondo soffia su 486 candeline regalando un’altra festa ai sudditi fedeli. Sudditi amati, verso i quali è generoso anche se non esita a “bacchettare” quel popolo gioioso dosando satira e sfottò. Lo fa nel momento più alto della festa, quello che tiene in sè l’inizio e la fine: il sovrano consegna ai sudditi il suo Testamento, un attimo prima di incoronare il carro vincitore e di finire al rogo. Malinconia e gioia: contrasti che si sciolgono in un unico mare di emozioni. Un racconto costruito in rima, che mette in fila gli aneddoti più divertenti accaduti nel regno del Carnevale, riletti sotto la lente dell’ironia e poi messi in piazza. È a loro che Giocondo concede il suo lascito affinchè il guaio o la disavventura non si ripetano mai più. Ma per comprendere il legame profondo dei foianesi al Carnevale, bisogna rifarsi ancora agli scritti di re Giocondo, che nell’anno del Covid lamenta il dolore di un’assenza forzata: "Anno duemilaventi, anno di mille imprese, di cui la più eclatante, fu il virusse cinese che pur avendo in testa l’irsuta sua corona, figlio rimane sempre d’anonima battona avendo un dubbio atroce sulla paternità: se ceppo influenzale, di chimica o chissà! (...). E ancora: “Perdemmo cose belle per questo evento raro: la fiera con i fiori, il Volo col suo ‘sparo’, i carnevali tutti, le attività, il lavoro, gli affetti, le amicizie, un general disdoro, ma d’apprezzar ci disse, anche se suona strano, la casa, la famiglia e il suo contatto umano, rendendoci coscienti di quanto e qual valore s’abbia, nel ritrovar l’intimità e l’amore".

Un racconto che ripercorre i dodici mesi dell’anno, messo in rima da ser Tobia, come la trama di una tela. Un’arte unica, come quella della cartapesta che prende forma tra le mani dei maestri nei cantieri, vere fucine d’arte e di fantasia. Sono nati nel secolo scorso e ancora oggi, sono i protagonisti di una tradizione capace di affascinare. Un vizio buono per i "vecchi" cantieristi, una scoperta appassionante per le giovani leve. Che stringono tra le mani le chiavi del paese dell’allegria.