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Per sopravvivere bisogna essere carini: pochi soldi destinati agli animali “brutti”, i fondi vanno alle specie più popolari

Una ricerca delle Università di Hong Kong e Firenze rivela che ci sono grosse disparità nella destinazione dei finanziamenti per la conservazione della biodiversità. L’86% dei sostegni è stato destinato ai mammiferi di grossa taglia. Alle salamandre e alle rane? Meno del 2%

Alcuni esemplari di specie del Madagascar, a rischio estinzione e non protette

Alcuni esemplari di specie del Madagascar, a rischio estinzione e non protette

Firenze, 26 febbraio 2025 – Per sopravvivere? Bisogna essere carini. Non è proprio una situazione inclusiva quella che emerge da uno studio internazionale – il primo di questo genere, pubblicato sulla rivista scientifica Pnas, a cura delle Università di Hong Kong e Firenze – sulla biodiversità e la conservazione delle specie. Cosa emerge dalla ricerca? Che i finanziamenti mondiali per la conservazione della biodiversità animale e vegetale sono indirizzati solo a un piccolo numero di grandi specie, mentre quasi il 94% delle specie a diretto rischio di estinzione non ha ricevuto alcun sostegno. Ad attirare più attenzione sono gli animali più iconici, come gli elefanti o le tartarughe marine. A spese però di specie fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi, tra cui anfibi, invertebrati, piante, funghi

Lo studio internazionale denuncia dunque una distribuzione squilibrata dei fondi globali, sia pubblici che privati. “Abbiamo analizzato – spiega Stefano Cannicci, docente di Zoologia dell’Università di Firenze – 14.566 progetti di conservazione che abbracciano un periodo di 25 anni, dal 1992 al 2016, confrontando l’importo dei finanziamenti per specie con il loro status nella «lista rossa» delle specie minacciate stilata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), istituzione che valuta i livelli di rischio di estinzione e di cui faccio parte”.

“Per la prima volta – prosegue lo zoologo dell’Ateneo fiorentino - si è analizzato lo sforzo mondiale di conservazione delle specie e degli ambienti andando a studiare la distribuzione dei fondi dedicati alla conservazione, e non contando il numero di articoli pubblicati: dei 1.963 miliardi di dollari assegnati complessivamente dai progetti, l’82,9% è stato destinato a vertebrati. Piante e invertebrati hanno rappresentato ciascuno il 6,6% dei finanziamenti, mentre funghi e alghe sono appena rappresentati, con meno dello 0,2% per ciascuna delle specie”.

Anche all’interno di molti dei gruppi maggiormente finanziati esistono grosse disparità: i mammiferi di grossa taglia, che rappresentano solo un terzo dei mammiferi minacciati, secondo l’IUCN, hanno ricevuto l’86% dei finanziamenti.

“I dati dicono, per esempio – prosegue Cannicci - che tra i vertebrati più a rischio di estinzione ci sono gli anfibi (salamandre e rane), ma i fondi a loro dedicati sono meno del 2% del totale. In generale, gli animali che noi consideriamobruttio pericolosi (pipistrelli, serpenti, lucertole, e moltissimi insetti escluse le farfalle) sono scarsissimamente finanziati in termine di conservazione”.

“Investire i fondi sulla conservazione di poche specie non preserva gli ecosistemi che li supportano: che senso ha conservare un animale ma non gli animali o le piante che mangiano?” si domanda il ricercatore, che conclude: “Per affrontare in modo efficace la sfida della tutela della biodiversità gli autori dello studio propongono che siano destinate complessivamente più risorse alla conservazione, ma anche che le organizzazioni governative e non governative lavorino per riallineare, sulla base delle conoscenze scientifiche, le priorità di finanziamento verso le specie a reale rischio di estinzione e attualmente trascurate”.

La ricerca è stata in parte sostenuta dal centro nazionale National Biodiversity Future Center (NBFC), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi dell’Unione Europea nell’ambito del programma #NextGenerationEU.