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“Segnali ignorati o sottovalutati”. Prof e preside arrestati, il mondo scolastico si interroga

Lui 58 anni, lei 14: la mamma ha scoperto tutto guardando le chat della figlia. Il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte: “Serve più sensibilità su questi temi”

Il preside Ludovico Arte (Giuseppe Cabras/ New Press Photo)

Il preside Ludovico Arte (Giuseppe Cabras/ New Press Photo)

Firenze, 5 aprile 2025 – Professori che palpeggiano le alunne, presidi che ostacolano le indagini. Gli ultimi casi di cronaca svelano episodi choc e squarciano un velo sul tema delle molestie a scuola. Ne parliamo con Ludovico Arte, preside dell’Itt e liceo linguistico Marco Polo di Firenze, scuola da sempre molto attenta al dialogo coi ragazzi.

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Preside Arte, a scuola possono verificarsi episodi di comportamenti inappropriati. Come si affrontano queste situazioni?

“Esistono diversi livelli di gravità. Nei casi citati, siamo di fronte a veri e propri reati nei confronti dei quali deve lavorare l’autorità giudiziaria. Ci sono però altri casi, meno gravi, che comunque necessitano di particolare attenzione da parte di tutta la comunità scolastica. Molte situazioni nascono in modo più subdolo, attraverso messaggi sui social o WhatsApp, dove la comunicazione si fa nascosta, non trasparente. A volte, certi segnali vengono ignorati o sottovalutati. Se tutti, compagni, docenti, colleghi, sviluppassero una maggiore sensibilità su questi temi, forse certe situazioni emergerebbero prima”.

Ci sono segnali che possono aiutare a riconoscere una situazione di disagio?

"Se una relazione va oltre i limiti, è difficile che non ci siano segnali. Un ragazzo può manifestare cambiamenti nel comportamento, a casa o a scuola. Anche l’adulto stesso, in alcuni casi, può tradirsi. È fondamentale parlare di più di ciò che è giusto o sbagliato nelle relazioni affettive e sviluppare una cultura dell’attenzione ai segnali di disagio. L’educazione affettiva dovrebbe avere un ruolo più centrale”.

C'è anche un livello più sottile di molestie, che si manifesta con battute o atteggiamenti inappropriati?

"Sì, esiste un livello più sotterraneo fatto di battute infelici tra compagni, ma anche tra adulti che, in modo inopportuno, credono di essere spiritosi con studentesse o colleghe. In passato, certe uscite un po’ cialtrone passavano quasi inosservate, oggi invece c’è una sensibilità maggiore. Succede anche che alcuni adulti non si rendano conto dei confini e che alcune ragazze, magari più fragili e in cerca di autostima, accettino certi apprezzamenti. Poi la situazione può sfuggire di mano. Alcune studentesse hanno riferito di aver ricevuto commenti o sguardi che hanno trovato inappropriati. Hanno comunque percepito un'intrusione. Per questo, nella nostra scuola abbiamo aperto una riflessione sulla comunicazione, coinvolgendo docenti e psicologi. Serve una cultura che smascheri questi atteggiamenti sul nascere”.

Come si può favorire un ambiente scolastico che protegga gli studenti?

"La scuola deve essere un luogo di ascolto, in cui i ragazzi si sentano liberi di segnalare e denunciare. Se la scuola è percepita come un’istituzione rigida e repressiva, gli studenti tendono a chiudersi. Da noi lavorano quindici psicologi e c’è un ambiente aperto al dialogo. Abbiamo discusso spesso di sessualità e affettività, coinvolgendo studenti più grandi che, formati dall'Asl, parlano ai più piccoli. Se l’educazione scolastica si limitasse alle sole discipline, queste dinamiche rimarrebbero più sommerse. Invece, lavorando sulle emozioni, si acquisisce una maggiore consapevolezza”.

Cosa fare in concreto?

"Fare formazione sia per gli adulti che per i ragazzi, portare agli studenti testimonianze dirette di chi ha subito molestie e parlare a scuola dei casi di femminicidio. Fondamentale è poi la formazione con gli psicologi, ma anche tenere le porte della presidenza e della sala insegnanti aperte. I ragazzi devono sapere che, in caso di bisogno, la scuola li ascolta. Se nella vecchia scuola autoritaria il rischio era la repressione, in quella in cui si abbattono le distanze il rischio è che il confine del buon senso possa essere superato. Di qui l’esigenza di sviluppare gli anticorpi puntando sul dialogo, sull’imparare a leggere i segnali di disagio e sul creare un clima accogliente, in cui tutti possano parlare senza il rischio di sentirsi giudicati”.

Una dirigente è finita agli arresti domiciliari perchè avrebbe cercato di ostacolare le indagini. Possibile arrivare a tanto pur di non infangare il nome della propria scuola?

"Può succedere che si voglia evitare di far trapelare certe notizie per timore di danneggiare la reputazione dell’istituto. Ma c’è un limite: un reato non si può nascondere. Questo è un fatto di etica professionale. Un preside ha il dovere di garantire un ambiente sicuro e questo significa anche affrontare i problemi con trasparenza e responsabilità”.

Elettra Gullè