CARLO BARONI
Cronaca

I dazi di Trump contro tutti: "Le concerie in attesa di capire cosa accadrà"

L’analisi di Michele Matteoli: "Un’incertezza che frena la lieve ripresa". Gli Usa sono un mercato strategico fatto anche di nuove firme emergenti. Il rischio? "C’è già il timore di effettuare spedizioni verso i clienti".

Un carico di pellame nel Comprensorio del Cuoio (foto d’archivio)

Un carico di pellame nel Comprensorio del Cuoio (foto d’archivio)

Anche cuoio e pelle tremano sotto la spada di Damocle dei dazi annunciati da Trump. Il mercato Usa è importante per il distretto, gli Stati Uniti, peraltro, sono un crocevia per le lavorazioni in altri Paese. E proprio nel gennaio scorso, i conciatori erano stati a Lineapelle New York per intercettare anche i nuovi stilisti emergenti. Ne parliamo con il presidente del Consorzio Conciatori Michele Matteoli.

Presidente, quali scenari si aprono all’orizzonte?

"E’ proprio questa la domanda che ci poniamo. Al momento c’è il caos, nel senso che non sappiamo come potrebbe essere regolamentato quello che il presidente degli Stati Uniti ha annunciato".

Succede in un momento delicato

"Sì, perché siamo entrati nel 2025 portandoci dietro molte criticità dell’anno precedente. Ma qualche segnale di inversione di tendenza, molto timido e debole, però, si stava affacciando. A Lineapelle MIlano c’è stato un ottimo interesse per le nostre produzioni, è in corso una spinta interessante verso la produzione di qualità che è il nostro valore aggiunto. Segnali sui quali iniziare a pensare che, forse, quest’anno potrebbe essere un po’ diverso a quello precedente. La questione dazi non ci voleva, è un po’ come buttare benzina sul fuoco della crisi".

Quali ripercussioni si temono?

"In questo momento una ripercussione c’è già, ed è a livello psicologico. Le imprese sono in attesa di capire, c’è disorientamento e questo non favorisce l’ottimismo. Poi ci sono gli aspetti tecnici da capire, ed è il capitolo fondamentale della questione".

Tipo?

"Vede, noi vendiamo pelle a grandi agenzie Usa che servono le firme americane: pelle che per gran parte almeno, però non viene, poi, spedita negli Stati Uniti, ma nelle destinazioni dove saranno effettuate le lavorazioni. Quale sistema di fratturazione sarà adottato? Questa merce sarà sottoposta da dazio? Ma c’è anche dell’altro: se spediamo pelle, o cuoio, negli Stati Uniti, verrà poi ritirata dall’acquirente alla luce dei maggiori costi causati dai dazi? Queste sono solo alcune delle questioni e delle domande che ci poniamo e che ci fanno dire, appunto, che alle problematiche già in essere si aggiunge una nuova incertezza legata ad un mercato strategico per noi: più in termini di volumi che di valore in quanto le firme americane, per esempio, sono di fascia sostanzialmente media, ma assorbono grandi quantità di prodotto".

Poi c’è il tema delle ripercussioni sul prodotto finito, calzature, pelletteria e abbigliamento in pelle

"Indubbiamente, le ripercussioni sulle grandi firme della moda internazionale e del lusso, in maniera indiretta, arrivano anche su di noi che siamo fornitori. Il mondo delle griffe è rilevante per la conceria italiana e, nello specifico, per quella toscana che è fortemente legata alla moda più che ad altri segmenti, come l’automotive".

Stesso discorso della pelle vale per il cuoio: qui siamo i più grandi produttori a livello nazionale

"Il discorso è lo stesso. Anche se le quantità di cuoio verso gli stati Uniti sono minime. C’è una forte produzione in sud America di cuoio e quel mercato, per gli Usa, è il primo in termini di approvvigionamento".

La conceria, però, non è nuova a doversi confrontare con il tema dei dazi

"Certo, ci sono altri Paesi che li impongono da tempo e che noi serviamo. Quindi, diciamo, che li abbiamo ormai digeriti. Qui è diverso, gli Stati Uniti su questo fronte sono una novità. E una novità che arriva in una fase complicata".

Carlo Baroni