
Una scena della docuserie 'Mozart - Genio immortale'
Firenze, 2 aprile 2025 -Il 2 aprile del 1770 Mozart incantò la città: il tredicenne prodigio si esibì alla corte del Granduca. Fra il dicembre 1769 e il marzo 1773, Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold compirono tre viaggi in Italia. Il primo, durato quindici mesi, toccò una quarantina di città, a cominciare da Verona e Mantova, e fu l’occasione in cui il padre sfruttò appieno le sue doti diplomatiche per organizzare esibizioni davanti a nobili e regnanti. Il conte Arco, il governatore Firmian, il duca di Modena, il conte Pallavicini, il papa Clemente XIV, l’Accademia Filarmonica di Bologna e quella di Mantova, oltre al Granduca di Toscana, accolsero il giovane Mozart con curiosità e stupore. Non era insolito, infatti, che soltanto in Italia – da oltre un secolo culla della vita musicale europea – un trionfo personale si trasformasse in un evento storico. Wolfgang e Leopold arrivarono a Firenze venerdì 30 marzo 1770, provenienti da Bologna. Nella lettera del 27 marzo 1770 alla moglie Anna Maria, Leopold descriveva l’ammirazione che circondava Wolfgang in città, dove fu esaminato da cima a fondo per le sue doti musicali. Era probabilmente un riferimento all’incontro con Padre Martini, uno dei migliori didatti del tempo, che sottopose il ragazzo ad alcuni esercizi di contrappunto. In realtà, l’esame formale per l’Accademia Filarmonica di Bologna sarebbe avvenuto solo nell’ottobre successivo, quando Mozart presentò un’antifona a quattro voci composta in mezz’ora, conquistando così l’ammissione e il diploma. Per arrivare a Firenze i Mozart attraversarono gli Appennini seguendo il nuovo tracciato che collegava Bologna al capoluogo toscano passando per la Futa e non più per il Passo del Giogo, aperto nel 1764 e in grado di ridurre i tempi di viaggio a 12-15 ore. Entrati in città dall’antica Porta di San Gallo, si sistemarono alla locanda dell’Aquila Nera in via dei Cerretani, una struttura piuttosto rinomata e frequentata da illustri viaggiatori, nonché da intellettuali fiorentini. Leopold, scrivendo alla moglie il 3 aprile 1770, menzionò un piccolo raffreddore di Wolfgang, attribuendolo alla pioggia e al vento incontrati lungo il tragitto. Fin dal loro arrivo furono ricevuti dal conte Orsini Rosenberg, che favorì l’incontro con il granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena e con il duca Salviati a Palazzo Pitti. La conversazione con il Granduca fu cordiale e si concluse con l’invito a un’accademia musicale alla residenza di Poggio Imperiale. Leopold, in una lettera, descrisse la serata come un susseguirsi di esibizioni che il figlio affrontò con la stessa facilità con cui si “mangia un pezzo di pane”. In questo tipo di incontri a corte – definiti appunto “accademie” – il giovane Mozart dimostrava le sue abilità di interprete sia al cembalo sia al violino, eseguendo partiture a prima vista e componendo all’istante arie o variazioni su temi proposti dal pubblico, con improvvisazioni di fughe e accompagnamenti. Fu tale la meraviglia suscitata, che la sua fama si diffuse presto in tutta la Penisola, con la «Gazzetta di Mantova» del 19 gennaio 1770 che lo celebrò come «un miracolo musicale». A Firenze Wolfgang ebbe modo di incontrare la poetessa improvvisatrice Maria Maddalena Morelli, detta Corilla Olimpica, già ricordata dai cronisti nel paragone con la genialità di Mozart. Il passaggio in Toscana non fu forse proficuo per ottenere un ingaggio a corte, ma offrì al giovanissimo compositore la possibilità di ascoltare e confrontarsi con i maggiori artisti del tempo. Tra questi rientra il violinista inglese Thomas Linley, coetaneo di Mozart e anch’egli a Firenze per perfezionarsi con Pietro Nardini. I due si conobbero nel salotto di Corilla e rimasero talmente colpiti l’uno dall’altro che suonarono insieme in diverse occasioni, spingendo Leopold Mozart a commentare, una volta arrivato a Roma, che i due «non suonavano come ragazzi, ma come uomini». Prima di partire, Linley accompagnò Mozart tra le lacrime sino alle porte della città, donandogli alcuni versi composti per l’occasione da Corilla. Nonostante il viaggio proseguisse poi verso Roma, da Firenze rimase quella frase che Leopold scrisse alla moglie e che dà forse il miglior ritratto dello stupore di padre e figlio di fronte alla bellezza del capoluogo toscano: «Mi augurerei che tu potessi vedere con i tuoi occhi Firenze, tutto il territorio e la posizione della città. Diresti che qui si dovrebbe vivere e morire». E con questa suggestione i Mozart lasciarono Firenze, dopo averla brevemente illuminata con il talento eccezionale di Wolfgang, destinato a diventare uno dei più grandi geni della storia della musica.