
Il vino a Rufina è cultura e tradizione popolare come il Carromatto
L’allarme è già partito. Se i dazi dovessero realmente entrare in azione la Valdisieve rischia di essere una delle zone più colpite. Un’area tra le principali a farne le spese. Il primo grido è arrivato nei giorni scorsi dall’amministratore delegato e presidente della Ruffino, Sandro Sartor. Un marchio nato e cresciuto a Pontassieve, entrato poi a far parte della statunitense Constellation Brands, operativa nel settore spirits e beverages. I dati, da parte della Ruffino, appaiono già piuttosto chiari: circa 5 milioni di euro al mese di export verso gli Stati Uniti che rischiano di finire in fumo. In capo all’anno sono circa 60 milioni di euro, con un milione di bottiglie attualmente ferme in magazzino. Ma la Ruffino non è la sola realtà a guardare con attenzione - anzi, meglio, allarme - le eventuali decisioni d’oltreoceano. Un problema che rischia di esplodere in Valdisieve è quello dei piccoli produttori. Aziende di dimensioni limitate, mai oltre la media grandezza, molte delle quali sono riunite sotto il marchio del Consorzio Chianti Rufina, altre invece operative a libello singolo. Quella che lavora intorno ed all’interno del territorio rufinese - comprensivo anche di porzioni dei comuni di Pontassieve, Londa, Pelago e Dicomano - — è la più piccola tra le singole specificazioni del Chianti, che sono in tutto sette. Complessivamente occupa una superficie di oltre dodicimila ettari, con 750 ettari iscritti all’Albo destinati a diventare circa mille con una produzione di circa 27mila ettolitri, per un totale di circa 3,5 milioni di bottiglie immesse sul sul mercato ogni anno.
Il presidente, Federico Giuntini, non usa giri di parole per illustrare lo scenario che potrebbe venire fuori: "Dazi sopra il dieci per cento significherebbero uscire da certi segmenti di consumo e trovarsi completamente fuori dal mercato". Conseguenze devastanti, insomma, se davvero l’entità dei dazi risultasse quella annunciata paventata dalle parole del presidente Trump. "Il duecento per cento sarebbe assolutamente fuori dal mondo - dice ancora Giuntini -. Fino al dieci per cento si tratterebbe di numeri difficili, ma comunque gestibili attraverso una ripartizione tra distributore, produttore ed importatore. Ma arrivare oltre il dieci ci metterebbe assolutamente fuori dal gioco".
Quando fatto nel diciottesimo secolo con l’editto del Granduca di Toscana ed il riconoscimento ufficiale del Chianti Rufina, oltre al bando del 1716 di Cosimo III che classificava il vino prodotto in questa zona come uno dei quattro migliori in Toscana, sparirebbe in un colpo solo. Con una ricaduta devastante su economia locale ed occupazione del territorio.