
L’industria dell’olio extravergine affronta la sfida con cautela, ma con calma
Olio extravergine d’oliva, si abbatte la mannaia dei dazi americani, ma il settore invita alla calma. Tra i prodotti colpiti dalle nuove restrizioni volute dall’amministrazione Trump, infatti, c’è anche l’oro verde, un prodotto che in Toscana è sinonimo di eccellenza e, soprattutto, di posti di lavoro. Gli esperti consigliano prudenza, facendo affidamento sulla riconoscibilità del marchio e su una clientela d’oltreoceano fedele alla qualità e alla storia del prodotto, ma tra gli addetti ai lavori la preoccupazione si fonde con l’incertezza.
Gli Stati Uniti rappresentano, infatti, il primo mercato estero per l’olio Evo della regione, un dato che solleva inevitabili timori nel comparto. "Il timore è che l’indotto possa subire un contraccolpo" va dritto al punto Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio Olio Toscano, anche se spiega che la preoccupazione rimane moderata: il posizionamento premium dell’olio toscano potrebbe limitarne l’impatto.
"Data la fascia del nostro extravergine, chi ama il prodotto è probabile che continuerà ad acquistarlo anche a un prezzo più alto. Del resto, è come un buon Brunello: trovare un sostituto all’oro verde delle colline toscane non è facile". E anche il valore dei dazi, corrispondenti al 20%, secondo Filippi avrà un impatto limitato sulle tasche dei consumatori. "Oggi una bottiglia di extravergine toscano viene venduta tra i 14 e i 15 dollari. Con l’introduzione dei dazi, il prezzo crescerà, ma difficilmente supererà i 20 dollari".
Dello stesso avviso è il presidente degli olivicoltori di Confagricoltura Firenze, Tommaso Miari Fulcis, che ricorda come "sia tutto nelle mani dei clienti americani". Secondo lui, questi ultimi rimangono profondamente legati al prodotto. "Naturalmente c’è incertezza e un po’ di impatto per i produttori ci sarà – continua – ma chi compra il nostro olio, quello fiorentino, è disposto a pagare qualche euro in più per avere qualità. Naturalmente, è fondamentale che il Governo attui politiche per incentivare l’export" conclude Miari Fulcis.
Più a rischio, invece, è l’olio italiano nel suo complesso. Il mercato americano è altamente competitivo e, mentre il prodotto toscano può contare su una clientela fidelizzata, le etichette meno caratterizzate potrebbero soffrire maggiormente l’aumento dei costi. Tuttavia, la strategia di Trump ha messo nel mirino anche altri Paesi produttori, diretti competitor delle nostre aziende.
"In particolare, la Tunisia si trova a dover affrontare dazi ben più alti, con un’imposizione del 40%". E questo potrebbe rivelarsi un vantaggio: con il loro olio più costoso, il nostro prodotto si troverà in una posizione più favorevole sul mercato americano, conclude Filippi. L’industria dell’olio extravergine, dunque, affronta questa sfida con cautela, ma senza allarmismi. Se da un lato l’aumento dei dazi è un elemento di pressione, dall’altro la forza del marchio e la fedeltà dei consumatori potrebbero permettere al settore di superare l’ostacolo senza contraccolpi significativi. Tuttavia, la situazione resta fluida e sarà necessario monitorare l’evoluzione del mercato nei prossimi mesi.
Gabriele Manfrin