Marco
Vichi
Era il 27 marzo 1921. Elvira era entrata in cucina alle otto di mattina, e a mezzogiorno era ancora indaffarata. Era la domenica di Pasqua, e stava preparando i tortellini per il pranzo. All’una sarebbero arrivati tutti gli altri. Era una bella giornata. Il sole squillava in un cielo limpido come una lastra di vetro azzurro, e inondava la cucina con la sua allegria luminosa. Elvira era tornata a vivere con i suoi genitori. Ogni volta a Pasqua, così come a Natale, a Capodanno, e nelle altre ricorrenze importanti, in quel grande appartamento si riuniva tutta la famiglia: sua sorella, i suoi due fratelli, i nipotini, i nonni, gli zii, i cugini… tutti insieme nel grande tinello della casa di via Marconi. Come sempre in quelle occasioni, lei era allegra ma anche un po’ triste, perché alle piacevoli tavolate di famiglia mancava una persona, suo marito, morto in quella maledette guerra. Allo scoppio del conflitto, i fratelli di Elvira erano troppo piccoli per andare al fronte. Mentre il marito di sua sorella, gli zii, suo padre e i suoi cugini, per un motivo o per un altro si erano salvati, anche se alcuni di loro erano tornati con qualche ferita, sia fisica, sia morale. Ma comunque erano sopravvissuti. L’unico uomo della famiglia che non ce l’aveva fatta era stato proprio Armando, suo marito… Nessuno le aveva mai detto come e dove fosse morto. Una lettera e una bara era tutto quello che aveva ricevuto. E lei era tornata a casa dei suoi genitori, non ce l’aveva fatta a vivere da sola nella casa dove era stata felice, non ci era proprio riuscita. Però non si era persa d’animo, non voleva farsi sconfiggere dal dolore. Dopo quella perdita tragica, nel suo animo era rimasta come una nebbiolina ad aleggiare nel paesaggio di luce che l’aveva sempre accompagnata. Fin da bambina era stata sorridente, aperta, generosa, capace di trasmettere il buon umore a chiunque le si avvicinasse. Sentì bussare alla porta, e drizzò il collo. Chi poteva essere, a quell’ora della domenica di Pasqua? I parenti sarebbero arrivati più tardi, come sempre. E poi l’appartamento era al secondo piano… chiunque avesse bussato, come aveva fatto a entrare? Si sciacquò in fretta le mani nell’acquaio di cucina e andò a guardare dallo spioncino. Davanti alla porta c’era un giovanotto con i capelli biondi tagliati corti. Socchiuse appena la porta, lasciando la catena. “Chi è?” chiese. Il ragazzo fece un sorriso timido. “Frau… Sig-nora Marchetti?” disse, con un forte accento tedesco. “Sì, sono io… Prego, mi dica…” Elvira era un po’ in imbarazzo, perché sentir parlare tedesco le ricordava che Armando era morto in guerra e doveva essere stato ucciso da un austriaco, da un’arma austriaca. Poi però pensava che anche dall’altra parte erano stati uccisi dei giovani, che in fondo non avevano nessuno colpa, come suo marito. E magari anche Armando aveva ucciso qualcuno… Dio mio… Non poteva nemmeno pensarci… “Signora, voi scusi me… mi sentire?” “Sì, mi ero distratta. Mi ha detto qualcosa?” “Io… Mein nome Friedrich…” “Tedesco?” “ Österreich… Austria…”
“Ah… Austria…” Ecco, Dio mio… quel ragazzo era proprio austriaco.
“Ich… Volere parlare voi…” disse il giovanotto. “Ma… Per cosa, mi scusi…” Era un po’ preoccupata. “Io… ecco… cose della guerra… potere entrare uno minuto?” disse il giovanotto. Elvira sentì un brivido nel petto… Allora c’entrava davvero la guerra! “Sono sola in casa… Non so se posso…” “Ich bin gut… Io buono…” “Aspetti, prendo il soprabito e andiamo a parlare in strada…” disse Elvira, agitata… Che c’entrava la guerra? Forse… qualcosa di Armando… Dio mio, pensava… “Bene, ich aspettare qui…” Il giovanotto sembrava davvero un bravo ragazzo. Com’è che aveva detto di chiamarsi? “Senta… Fritz, ha detto?” “Friedrich…” “Ma no, senta… Va bene Friedrich, entri pure…” Guardandolo negli occhi sentiva di potersi fidare. Per togliere la catena socchiuse solo un attimo la porta, poi la aprì. “Entri…” “Danke…”
“Venga.”
Lo accompagnò in un salottino e rimasero in piedi, imbarazzati, a due metri di distanza. “Ecco… Ich… Io…” “Posso offrirle qualcosa? Gradisce un caffè?” chiese Elvira, preoccupata, forse per rimandare il momento in cui il ragazzo austriaco le avrebbe detto… chissà cosa. “Danke… solo un poco wasser, acqua…” “Si sieda, arrivo subito” disse lei, e andò in cucina per prendere un bicchiere d’acqua.
1- continua