ILARIA ULIVELLI
Cronaca

Firenze, pronto soccorso nel caos e i medici pensano a dimissioni di massa

Sempre più difficili le condizioni lavorative. "E nessuno si muove a risolverle". L'idea: proporsi da privati

Pronto soccorso

Pronto soccorso

Firenze, 15 giugno 2022 - Purtroppo non è solo una provocazione. I medici dei pronto soccorso della Toscana sono sfiniti. E pronti a rivoluzionare tutto se qualcuno non prenderà in mano la situazione con iniziative radicali. Tra superlavoro e aggressioni non ce la fanno più. Alcuni gruppi di medici dell’emergenza urgenza si sono già riuniti pensando alle dimissioni di massa. Non per abbandonare il lavoro, ma per tentare di risolvere il problema – anzi, i problemi – da soli. Abbandonando l’impiego per formare un consorzio che poi venderebbe le prestazioni a cifre che riconoscano l’impegno, la responsabilità, il sacrificio che ogni giorno i medici dell’emergenza urgenza mettono nel loro lavoro.

La soluzione, sintomo di un prolungato malessere, segnerebbe l’inizio della fine del sistema sanitario pubblico per come lo conosciamo.

In qualche modo questa cosa era nell’aria. Ne aveva parlato su queste pagine il presidente toscano della Società di medicina di emergenza urgenza, Marcello Pastorelli due mesi fa. Poi l’allarme era stato rilanciato al ministro Roberto Speranza, dall’assessore regionale alla sanità Simone Bezzini, lunedì scorso. "Chiediamo che il governo intervenga subito con una misura urgente per salvare i pronto soccorso, altrimenti si rischia che il servizio venga appaltato ai privati: altre regioni si stanno già muovendo", aveva detto Bezzini nel suo discorso agli Stati generali della salute in Toscana.

E in effetti il rischio è più concreto anche di quanto lo stesso assessore credesse. I medici dell’emergenza urgenza si stanno riunendo in queste ore. Molti avevano già lasciato: il fenomeno delle dimissioni era cominciato a settembre dello scorso anno e già prima i malumori stavano cominciando a far prendere decisioni in tal senso. Tanti hanno preferito cambiare, alcuni costretti a tornare a fare il tirocinio per poter fare il medico di famiglia.

Ora c’è questa nuova ipotesi alla quale stanno lavorando: pensano di dimettersi in massa e di formare un consorzio. L’idea è nata dall’avviso di reclutamento dell’azienda ospedaliero universitaria di Ferrara. Un avviso per raccogliere la disponibilità di medici privati, in cui è stato messo in bella evidenza il compenso offerto per contratti annuali libero professionali: per medici non specializzati 70 euro l’ora, 420 euro per turno di sei ore e 840 per turno di 12 ore; per gli specializzati 90 euro all’ora, 540 per turni di 6 ore, 1.080 per turni di 12 ore.

Cifre da far strabuzzare gli occhi, soprattutto per i medici del pronto soccorso che non integrano lo stipendio con le visite in libera professione. Ma d’altra parte il momento è particolarmente difficile, mancano professionisti: con le ferie andrà sempre peggio. E non vanno deserti solo i bandi per le assunzioni, ma anche quello per il reclutamento di privati: ne sanno qualcosa Emilia Romagna, Piemonte e Veneto che hanno già sperimentato anche questa misura per far fronte alla straordinaria carenza di medici. A Modena e Reggio Emilia è stata prorogata la scadenza dell’avviso pubblico, con la speranza che si muova qualcosa. Ferrara con il suo avviso ha sparigliato le carte, mettendo in moto i professionisti da tutt’Italia.

«Non si sta facendo niente per risolvere questa gravissima situazione: per noi ormai il lavoro è diventato un calvario. E lo è anche per i pazienti, costretti a lunghe attese per tanti motivi". Questo è lo sfogo di un medico del pronto soccorso a fine turno, dopo una notte turbolenta, "ma ormai lo sono quasi tutte, la gente arriva a tutte le ore, prima nel cuore della notte si riusciva a smaltire il carico di lavoro della serata, ora non è più così".

C’è bisogno di un intervento urgente se non si vuol perdere definitivamente quello che era il pezzo più pregiato della nostra sanità: il pronto soccorso, sempre aperto, dove chiunque può trovare risposte adeguate al bisogno di salute. Questo succede sempre meno. E non per colpa di chi ci lavora.