STEFANO BROGIONI
Cronaca

Mostro di Firenze, giallo infinito: il primo delitto e il bimbo superstite. Prelevato il Dna, rispunta la pista sarda

La coppia ammazzata nell’auto 56 anni fa. Il figlio della donna dormiva nei sedili posteriori e fu risparmiato. Il corredo genetico sarà comparato con quello dei fratelli Vinci che ebbero una relazione con la madre del piccolo

Firenze, 8 giugno 2024 – Ripartiamo da qui, dalla notte del 21 agosto 1968. Che forse è il momento in cui è cominciato tutto. O dove si è ingarbugliato tutto. A Signa, vicino al cimitero di Castelletti, c’è una Giulietta bianca. Sui sedili anteriori un uomo e una donna che amoreggiano. Sul ’divano’ posteriore il figlio di lei, sei anni, che dorme. All’improvviso, dal buio, una mano armata di una pistola calibro 22 spara all’indirizzo dei due amanti. Li uccide, lasciando in giro bossoli Winchester serie H. Il bambino si sveglia per il frastuono. Illeso. Si chiama Natalino. Qualche ora dopo scampanella a un’abitazione a due chilometri di distanza. "Aprimi, ho sonno e ho il babbo ammalato a letto – dice al padrone di casa affacciato alla finestra –. Dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina". La mamma è Barbara Locci. Lo ’zio’ è Antonio Lo Bianco. I carabinieri piombano dal marito di Barbara, babbo di Natalino: Stefano Mele. Lo arrestano. Inizia una girandola di versioni, senza però la pistola. E più avanti, sarà anche l’unico condannato. Si dice subito che la Locci tradisse il consorte alla luce del sole. E che lui, manovale semianalfabeta, addirittura tollerasse gli incontri di lei. Tra gli amanti di Barbara, che a Lastra a Signa – dove abita – chiamano l’ape regina, ce ne sono due in particolare: i fratelli Francesco e Salvatore Vinci, sardi di Villacidro.

Stop. Torniamo a Castelletti. Torniamo a Natalino con solo i calzini ai piedi (i sandalini verranno ritrovati in macchina), assonnato, che si fa tutta quella strada. Quel bambino non ha saputo mai indicare come fosse arrivato a quel campanello. E anche quando è diventato uomo non ha mai messo a fuoco il ricordo di quella notte che gli ha segnato la vita: Natalino è cresciuto in un orfanotrofio, senza la mamma e col papà in galera. Rivivendo spesso l’incubo della pistola che spara.

Però il mistero resta. Assieme a un dubbio: perché l’assassino di Signa risparmiò quel bambino, testimone di un delitto, e magari l’accompagnò pure alla casa più vicina (i calzini erano puliti, disse l’avvocato Bevacqua al processo Pacciani), mettendoselo sulle spalle, canticchiando un tormentone di quell’estate, ’La tramontana’. Oggi i carabinieri del Ros hanno colto l’occasione di rimettere le mani in un delitto di 56 anni fa. Che non è soltanto un mezzo caso irrisolto, o forse irrisolto per intero visto che Stefano Mele difficilmente avrebbe saputo far del male, per di più da solo. È il labirinto, il ‘68, dentro al quale si perde anche il caso del mostro di Firenze. Perché nel 1982 gli inquirenti che davano la caccia al killer delle coppie, si ricordarono – ufficialmente per il ricordo di un maresciallo, ma si sospetta pure di un biglietto anonimo – del duplice omicidio di Signa. E scoprirono che la pistola era la medesima. Alcuni giorni fa, il Ros ha trovato Natalino. Oggi è un 62enne abituato ad arrangiarsi. Gli hanno preso un campione di Dna. Può essere l’ennesimo buco nell’acqua, oppure la svolta. I dati genetici del sopravvissuto al mostro verranno confrontati con quello dei Vinci (già acquisito in passato) al la ricerca di una familiarità. Perché se Natalino non fosse figlio di Mele, ma di uno dei fratelli amanti di sua mamma, la pista sarda – da sempre battuta dai carabinieri – potrebbe essere completamente riletta. E interpretata: un killer che esordisce con un delitto in cui risparmia (o fa risparmiare) suo figlio, poi negli anni diventa sempre più cinico e inafferrabile, in una escalation che va dal 1974 al 1985. Francesco Vinci è morto nel 1993, legato e bruciato. Era il sospettato principale dopo il 1982, ma lo scagionò il delitto successivo, a Giogoli: due uomini ammazzati (con la stessa calibro 22) e nessuna escissione, una delle azioni più strane del mostro.

Salvatore Vinci è sparito da quasi 40 anni. A partire dal ’84 è stato perquisito, pedinato, interrogato. E imputato dell’omicidio della prima moglie, Barbarina Steri, ufficialmente suicidata. Dopo l’assoluzione del tribunale di Cagliari, sparì. Anche il giudice istruttore Mario Rotella lo archiviò nella pista sarda, con una sentenza che tutt’ora si presta a interpretazioni colpevoliste. Le comparazioni col dna di Natalino potrebbero riaccendere i ’sardisti’. Fantascienza? Alla genetica, l’ardua sentenza.