BARBARA BERTI
Cronaca

Parità di genere La Crusca detta la linea anche alla Cassazione "Sì nomi al femminile"

Magistrata, avvocata, pubblica ministera sono considerati corretti "Negli atti giudiziari si possono scegliere anche le forme neutre" . La parola ’dipendenti’ da preferire per esempio a ’lavoratori e lavoratrici’ .

Parità di genere  La Crusca detta la linea  anche alla Cassazione  "Sì nomi al femminile"

Parità di genere La Crusca detta la linea anche alla Cassazione "Sì nomi al femminile"

di Barbara Berti

No alla schwa e agli asterischi, no all’articolo davanti ai nomi femminili e no alle reduplicazione retoriche. Sono alcune indicazioni per la scrittura degli atti giudiziari - rispettosi della parità di genere - provenienti dai linguisti dell’Accademia della Crusca e sollecitate da una richiesta del Comitato pari opportunità del Consiglio direttivo della Cassazione. "A chi opera nel settore del diritto e dell’amministrazione della giustizia, così come a chi opera nella burocrazia delle istituzioni pubbliche è richiesto di scrivere in modo chiaro e sintetico, secondo regole che da tempo sono state indicate, per le quali è necessario un addestramento attento e continuo che ne renda naturale e automatico il rispetto" dice Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, sottolineando che tali indicazioni non sono coercitive della lingua italiana bensì legate all’ambito di una scrittura professionale per darle omogeneità. Da escludere assolutamente, nella compilazione degli atti giudiziari, "l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato", come "l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico".

Stesso discorso per la scevà o schwa, cioè l’? dell’alfabeto fonetico internazionale che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue. In una lingua come la nostra, che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, "lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti continua a essere il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza - sottolinea Marazzini - di quello che effettivamente è un modo di includere e non di prevaricare".

Marazzini ricorda che in contesti di pubblica oratoria "lavoratori e lavoratrici" va bene ma negli atti giudiziari, proprio per questioni di sintesi, è giusto utilizzare il maschile "o si possono scegliere altre forme neutre o generiche, per esempio sostituendo ‘lavoratori e lavoratrici’ con ‘dipendenti’". Via libera, poi, al femminile quando si riferisce ai nomi delle professioni, quindi nulla osta a magistrata, avvocata, difensora, pubblica ministero, cancelliera, brigadiera, procuratrice, questora.

"Suonano male? E’ solo questione d’abitudine" dice Marazzini annunciando che la Treccani ha già inserito anche la parola "medica", ovvero la donna medico. Per i nomi composti con vice-, pro-, sotto -, sintagmi con vicario, sostituto, aiuto conta il genere della persona che deve portare l’appellativo: se è donna andrà al femminile secondo le regole del sostantivo indicante il ruolo, se è uomo andrà al maschile, senza considerare il genere della persona di cui è vice, vicariavicario, sostitutasostituto.