Livorno, 10 aprile 2011 - ALESSIO Bertrand è l’unico superstite della tragedia del Moby Prince. Lo intervistammo in esclusiva vent’anni fa, tre giorni dopo il disastro, all’hotel «Rosa del Tirreno» di Quercianella dove si era fermato dopo le dimissioni dal pronto soccorso. «Venti persone, dico venti persone, potevano essere salvate», disse quel giorno, «Ho visto morire tanta gene — proseguì — e poteva essere salvata». Lui ce la fece quasi per caso: aggrappato alla balaustra di poppa del Moby, riuscì ad evitare le fiamme e il fumo che avevano interessato la prua e quasi tutto il traghetto. Era allo stremo delle forze quando venne avvistato da una barca degli ormeggiatori che in realtà erano diretti verso la petroliera Agip Abruzzo. E oggi, dopo vent’anni Alessio, parla ancora con noi.
«MI SONO SALVATO perché non era scritto nel destino che io quella maledetta notte perdessi la vita. Era la prima volta che mi imbarcavo sul Moby Prince dove lavorava mio zio Gerardo Guida che invece è morto bruciato come tutti gli altri. L’ho visto morire senza poter far niente. Quella maledetta notte ha cambiato per sempre la mia vita. Di quella tragica sera ho tutto nella mente e nel cuore come se fosse successo ieri. E invece sono passati 20 anni», con la voce rotta dall’emozione Alessio Bertrand, oggi 43 anni, faceva parte dell’equipaggio come mozzo, unico superstite della sciagura del Moby Prince, ricorda l’inferno della collisione del traghetto con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto. Era il 10 aprile del 1991 erano le 22.25 quando il Moby Prince lanciò il may day. Lui riuscì a salvarsi in modo quasi miracoloso: lo trassero in salvo due ormeggiatori del porto Mauro Valli e Walter Mattei che con spirito di abnegazione si erano avventurati in mare con l’imbarcazione di servizio per prestare soccorsi. Alessio Bertrand vive ad Ercolano, è sposato e padre di due bambini che lottano con una malattia difficile. Molte delle sue notti sono popolate dagli incubi. «Quella tragedia ha sconvolto la mia vita. Non posso più lavorare. Vivo con una pensione, nessuno, dopo tante promesse si ricorda più di me. Mi sono salvato è vero, ma sono rimasto segnato per sempre. Dopo l’inferno del Moby non sono più riuscito a salire su una nave. Non sono mai più tornato a Livorno se non per vicende giudiziarie legate alla tragedia. L’ultima volta è accaduto per la seconda indagine sul Moby. Mi hanno accompagnato i carabinieri perché da solo non ce la avrei mai fatta. L’orrore di quella sera mi accompagnerà per tutta la vita. Quando si avvicina l’anniversario della tragedia è ancora più difficile non pensarci». Non vuole aggiungere altro. «Mio marito — aggiunge la moglie Raffaella— non ha mai dimenticato. Sono gli altri che si sono dimenticati di lui».
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