
La necessità di tutelare la Terra
In Cile si trova uno dei luoghi più torridi del pianeta, il deserto di Atacama. In questa superficie, la pioggia è assente e la temperatura non si abbassa sotto i 5° di notte, raggiungendo, di giorno, picchi di 43°. Purtroppo, tra le dune di sabbia, un cimitero di capi usati disegna un nuovo paesaggio. Ogni giorno, t-shirts, cappellini, scarpe, tute da ginnastica e quant’altro di sintetico, per un totale di 60mila tonnellate, vengono illegalmente accumulati a cielo aperto. Il processo di decomposizione è lungo e faticoso; e, come se non bastasse, qualcuno cerca di sbarazzarsene incendiandolo. Il tasso di tossicità che si libera nell’aria è massimo e ingovernabile e mette a rischio la salute della popolazione.
Il viaggio dei vestiti prende avvio in Asia; dopo una sosta in Europa e negli Usa, il grosso del materiale viene accantonato, per sbarcare al porto cileno di Iquique. Qui, le imprese godono di libertà sulle tasse doganali e possono fare affari attraverso la vendita dei pezzi salvabili, mentre, quelli malconci finiscono nelle discariche abusive. Il governo cileno nel 2016 per responsabilizzare i produttori circa il peso ambientale dei prodotti ha posto l’attenzione a varie categorie di rifiuti, ma non ha ancora ultimato quello inerente al tessile. Fortunatamente esistono diverse imprese emergenti che si adoperano al riciclo dei capi che vengono importati nel Paese annualmente, che sia la loro trasformazione in cappotti termici oppure in nuove fibre.