
Giuseppe Conte
Firenze, 29 aprile 2022 - “Il M5s si oppone all’invio di armi che sia al di fuori dell’esercizio della legittima difesa sancito dall’articolo 51 della Carta dell’Onu. Dobbiamo lavorare ad una soluzione politica della guerra: abbiamo bisogno di un’escalation diplomatica, non di un’escalation militare”, dice Beppe Conte con lo scolapasta in testa. Non contro Vladimir Putin ma contro il governo di cui fa parte, accusato di voler aiutare gli Ucraini dando loro più armi. Ohibò, ma come ci si difende dall’invasione russa? Semplice, dice Conte: “Siamo assolutamente contrari a una escalation militare che porterebbe ulteriori sofferenze e carneficine. Siamo quindi contrari ad armamenti sempre più letali. Per intenderci, carri armati non ne vogliamo inviare”. Daremo loro le brioche, insomma.
A oltre due mesi di distanza dall’inizio della guerra, insomma, appare chiaro che a Conte sfugge la distinzione fra aggressore e aggredito. Spieghiamoglielo: l’escalation militare, se c’è, e c’è, è di Vladimir Putin: un dittatore ingordo che non si accontenta di esercitare il suo potere sulla Russia, ma vuole allargarsi e non tollera qualsiasi tentativo di autodeterminazione da parte dei paesi dell’ex Unione Sovietica (e non solo quelli). Dunque che cosa vuole Beppe Conte, un leader che vive nell’eterna rivalità con Mario Draghi e con Luigi Di Maio? Che cosa vuole il visConte dimezzato, alla guida di un M5s in crisi di identità? Ma è evidente: è in campagna elettorale, questo è l’anno pre-elettorale e l’ex presidente del Consiglio non vuole perdere la competizione interna con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dunque la pulsione identitaria torna al centro della scena politica. Sarà dura reggere fino al 2023. Lui e noi con lui.