REDAZIONE PRATO

Il centro La Nara. Sono 436 i casi seguiti: "La cultura che giustifica alla fine ci rende complici"

Italiane sette vittime su dieci, il 60% non ha reddito. Gli ultimi dati. Ranaldi: "No alle narrazioni che alleggeriscono le responsabilità".

Il centro La Nara. Sono 436 i casi seguiti: "La cultura che giustifica alla fine ci rende complici"

Le parole. Le parole, e assieme a loro noi che le pronunciamo, o le scriviamo, hanno una responsabilità enorme. E un peso specifico proprio: se si sbaglia "tara", finiscono per raccontare altro. Ed è sulla parola, sulla comunicazione, che insiste Francesca Ranaldi, responsabile del centro antiviolenza La Nara. "Quando si parla di femminicidio, spesso si finisce per parlare di raptus. O di ‘mostri’. Parlare di mostri è sbagliato: è una parola che, nella narrazione, finisce per alleggerire la responsabilità degli assassini. E la prima sfida da vincere è smetterla con una cultura giustificante".

Le parole, dunque. E poi i numeri. I numeri raccontano che dall’inizio dell’anno e fino alla fino di ottobre sono state 436 le donne seguite dal centro (425 i figli coinvolti). "Ma solo la scorsa settimana abbiamo avuto quasi dieci casi in più". E così la previsione è che anche nel 2023 il centro antiviolenza pratese finirà a chiudere l’anno con una cifra attorno alle 450 donne seguite. Dal 1997, quando è stato attivato il centro, le donne seguite sono state 4670. Quattromilaseicentosettanta.

I numeri, ancora. Delle 436 donne seguite (il 70 % italiane, il resto straniere), 288 risiedono a Prato, 75 nel resto della provincia, 50 sono quelle seguite da La Nara fuori provincia, una piccola parte fuori regione. Ma tra i numeri ce n’è uno forse più interessante degli altri: il 40% delle donne seguite ha un’occupazione, il 60% no: sono disoccupate, casalinghe, studentesse o con lavoro precario. "Avere un reddito è fonte di libertà – sintetizza Ranaldi – Consideriamo che la violenza è controllo. E rendere la donna dipendente economicamente, lei e i figli, all’uomo rende tutto più facile". Il controllo è il negativo della libertà. Un laccio che spesso finisce per diventare anche fisico, ma che prima stringe, strozza, invisibile e altrettanto pericoloso. "La violenza fisica passa da quella psicologica. Ricordiamoci che gli uomini non sono violenti tutti i giorni, ma in modo ciclico", continua Ranaldi. Troppe storie insegnano che il ‘cambierò’ è futuro solo sul dizionario di grammatica. Ranaldi si ferma sull’ultimo fatto di cronaca, l’omicidio di Giulia Cecchettin. "Di lui, del suo assassino, perché questo è, abbiamo sentito che ‘era un bravo ragazzo’. Smettiamola con questa narrazione perché il sottotesto è che ‘allora lei lo avrà fatto arrabbiare’. Così finisce che la vittima, anche se morta, finisce per condividere questa responsabilità. Smettiamola con questa cultura che giustifica altrimenti finiamo per essere complici".

C’è un numero, tra quelli de La Nara, che nella piaga che è la violenza di genere dà un po’ di speranza: "Le donne denunciano di più: il 40% di quelle che seguiamo ha fatto querela. Ed è un numero altissimo, a cui si arriva anche grazie al centro antiviolenza. Per uscirne è importante una buona valutazione del rischio, che le nostre professioniste sanno fare", chiude Ranaldi, dando appuntamento a tutti il 25 novembre al Metastasio per l’evento ‘L’amore non uccide. La narrazione che giustifica il femminicidio’ dalle ore 16.30 alle ore 19.30 (ingresso libero fino a esaurimento posti). Sarà un dibattito interessante, con tanti ospiti. Ci sarà spazio per il monologo "Chi ha cucinato l’ultima cena" di Patrizia Asproni, presidente di Confcultura. E ci sarà anche Elena Amato. Perché Elisa, sua sorella, non può farlo. E’ stata uccisa nel 2018 dall’ex fidanzato. Come Giulia. E in mezzo altre, figlie, sorelle, madri, amiche.

Maristella Carbonin