
Trovare qualche coltivatore pronto a metterci la faccia per denunciare la concorrenza sleale operata dalle serre cinesi non è affatto semplice. La paura di ritorsioni non riguarda tanto la comunità orientale, bensì gli stessi proprietari italiani dei terreni da prendere in affitto per le coltivazioni, che già in passato hanno tolto il comodato d’uso a quei produttori di cerealicoltura che avevano denunciato sulla stampa il fenomeno del mercato parallelo degli orti cinesi. Questo, d’altronde, è quanto accaduto in prima persona al titolare di un’azienda agricola di Prato, che anonimamente ha deciso di raccontare la doppia beffa subìta: da un lato la perdita di terreni in affitto perché i cinesi pagavano dieci volte tanto, dall’altro la fine del comodato d’uso di altri campi perché ‘colpevole’ di essersi esposto a mezzo stampa mettendo in cattiva luce i proprietari dei terreni. "Avevo parecchi ettari nella campagna pratese, compresa fra le zone di San Giorgio a Colonica, Paperino e Sant’Angelo a Lecore – racconta il titolare dell’azienda agricola -. Io all’epoca pagavo 100 euro all’anno per ogni ettaro in affitto. Poi arrivarono i cinesi, misero sul piatto 15002000 euro e si presero i campi. Con i proprietari dei terreni non ci fu molto da dirsi: la differenza delle proposte economiche era così ampia che non potemmo fare altro che lasciare i campi". L’azienda così in breve tempo, per evitare di ritrovarsi con una produzione in netto calo, fu costretta a riorganizzarsi. "All’inizio abbiamo fatto parecchia fatica e il lavoro ne ha risentito – aggiunge il coltivatore -. Poi ho trovato altri posti: sia a Prato, che allontanandomi un po’ verso Signa".
Il coltivatore parla anche delle modalità operative degli agricoltori orientali. "La prima cosa che fecero nei miei vecchi campi fu la realizzazione di un pozzo per l’irrigazione – dice il titolare dell’azienda agricola –. Una mossa che fa subito capire quanto siano disposti a investire nel settore. Loro d’altronde portano avanti una coltura intensiva, non lasciano mai riposare i terreni, fanno grande uso d’acqua e producono tutto l’anno. Poi sono stati bravi a costruirsi una loro filiera, arrivando a crearsi un mercato privato capace di vendere sia per strada che all’interno dei capannoni di Prato e Firenze". Resta però la domanda su come facciano a permettersi certi affitti in un settore dove il margine di guadagno è ridotto. "Io ho un’azienda agricola con soci, dipendenti e autisti – sottolinea l’agricoltore –. Dichiarando tutto ci pago anche tante tasse e contributi. Loro invece lavorando a nero e non tracciando alcun segmento della filiera riescono a permettersi anche di pagare i campi al di sopra dei prezzi di mercato".
Lo sviluppo delle serre cinesi sembra comunque ultimamente avere subito un leggero rallentamento. "Tante aziende agricole sono state danneggiate da questo sistema di concorrenza sleale – conclude il coltivatore –. I proprietari dei terreni, però, quando hanno iniziato a vedere in che condizioni i cinesi lasciano i campi al termine degli affitti, allora hanno cominciato a ricercarci. Diventa però difficile accettare, perché riprendere quel campo è un rischio, vanno prima capite le condizioni del terreno. Una parte dei proprietari italiani dei campi si è pentita di avere affittato ai cinesi, perché se gli oggetti inquinanti penetrano nel terreno diventa poi costoso e problematico effettuare la bonifica. Noi invece, essendo in regola, non diamo assolutamente certi problemi".
Stefano De Biase