ELENA DURANTI
ELENA DURANTI
Cronaca

“Non si arrese per quel sorriso”. Il soldato Gino Nardi: prigioniero in Scozia, rientrato nel 1946. L’attesa della fidanzata Iva

La sua storia sarà esposta all’Archivio di Stato dal prossimo 12 aprile. Nelle lettere dal campo alla futura moglie rammentava sempre Prato. Il loro grande amore ha resistito alla lontananza: il commovente ritorno

Gino Nardi, la foto scattata con la fidanzata Iva Diddi a Napoli prima di imbarcarsi per la Libia

Gino Nardi, la foto scattata con la fidanzata Iva Diddi a Napoli prima di imbarcarsi per la Libia

Prato, 6 aprile 2025 – La storia di Gino Nardi è un romanzo vero. Fu un soldato dell’esercito italiano, deportato in Gran Bretagna nel 1943, dopo aver combattuto in Africa, rientrato a Prato ben oltre la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1946. Una giovinezza spezzata e una prigionia che avrebbero potuto cancellarlo e che invece, l’hanno visto tornare “vincitore”. Grazie alla sua arte di vivere, alla sua forza, al ricordo della sua città e della famiglia che hanno tenuto attaccati il suo cuore e la sua mente. E a una foto scattata a Napoli prima di imbarcarsi per la Libia che portava sempre con sé, prima in trincea e poi nel campo di Brahan Castle. Lui e la fidanzata Iva, abbracciati e sorridenti.

Non si arrese per quel sorriso e per rivedere il Bisenzio. Al suo incrollabile esempio è dedicata una mostra, in calendario per gli 80 anni dalla fine di quella guerra, dal titolo “Gino Nardi tra Prato, l’Africa e la Scozia” che si aprirà sabato 12 aprile all’Archivio di Stato in palazzo Datini, via Ser Lapo Mazzei, fino al 17 maggio. Sono stati Patrizia e Alessandro Nardi, i figli di Gino e di Iva Diddi, che hanno reso possibile che la storia arrivasse integra fino alle sale di palazzo Datini.

Il soldato pratese (al centro) con i suoi commilitoni
Il soldato pratese (al centro) con i suoi commilitoni

La rivelazione c’è già stata – i due fidanzati riuscirono a sposarsi nel settembre 1946 – ma il loro amore passò difficili prove. Intanto delle migliaia di prigionieri di guerra italiani deportati dall’Algeria ai campi britannici non si parla mai. Vennero sfruttati dagli inglesi come forza lavoro perché l’Italia aveva perso il conflitto, però non maltrattati. Nardi poteva leggere gli amati giornali (in Africa tramite cartoline aveva chiesto più volte ai parenti di inviargli La Nazione, ndr), conservava le foto e le lettere, riempiva i suoi diari.

Diari che i figli hanno tenuto e che saranno in mostra con altri oggetti come i suoi scarponi e una macchina da scrivere dell’epoca, una Olivetti Mp1.

Nardi era un carrista, grazie alla sua manualità lavorava nell’officina a Firenze. Bravo e utile, per due volte non fu assegnato alla campagna in Russia. Una delle svolte “fortunate” della sua vita militare. Partì nel 1942 prima per tutelare i confini in Nord Italia poi verso l’Africa. Qui inizia a scrivere i diari da soldato e a fissare i ricordi pratesi sulla carta, cercando il calore di casa.

Nomina Prato, rammenta di quando vestito bene, da “gagà” lui dice, con gli amici andava a fare un giro nel Corso Mazzoni, magari con la bicicletta, e nelle lettere manda sempre i saluti ai suoceri timoroso di non poter sposare la sua “bella” Iva al suo ritorno. Ma lo sgomento di non poter tornare e la depressione dei prigionieri che oltre l’Armistizio, restavano nel campo sospesi, si percepisce a tratti.

Quello che Nardi trasmette è la voglia di riabbracciare i familiari e la sua Iva con cui resta in contatto costante. Una lettera al giorno che non è detto giunga a destinazione, ma è il legame che lo sostiene. “Tanti baci, ti stringo forte”. Fedele devozione di un ragazzo e di una ragazza che si erano scelti per tutta la vita. Altro elemento di buona sorte è la vicinanza di altri pratesi nel campo di prigionia. Con loro che parla spesso della città, delle zone conosciute, del fatto che vedendo un fiume, “pensiamo al Bisenzio”.

Nostalgia che li nutriva di speranza. Per farli tornare in Italia si mosse la più alta diplomazia del dopoguerra: l’ambasciatore Niccolò Carandini si recò a Londra e ne mediò il rimpatrio. Il racconto più bello è quello del suo rientro a Prato nel 1946: “Sono stato fortunato e l’ha capito tornando”. Arriva in Portogallo via mare poi in Italia sui carri bestiame, vede la distruzione. In treno da Bologna a Prato impiega tre ore, trovando la stazione devastata. In piazza Ciardi c’è ad aspettarlo il fratello Brunero. “Mi pare un sogno e mi pare la realtà”. La famiglia abitava in via Strozzi, qui trova Iva che da Coiano gli era andata incontro, con fedeltà e amore. Il loro abbraccio commuove tutti. La madre quando lo vede è “mezza svenuta”. “Devo sforzarmi per non farmi scoppiare il cuore”.