È ricoverato in una struttura psichiatrica, piantonato, il ragazzo di 22 anni che ha ucciso la madre Anna Viliani (nella foto), 60 anni, a Vernio (Prato). Il ragazzo, che è sordo e con problemi psichiatrici, abitava con la madre in una villetta a schiera nella frazione di Montepiano. Lunedì attorno alle 18, ha inferto alla mamma dieci coltellate e l’ha lasciata a terra, esanime, in attesa che morisse. Undici ore di agonia. Poi, attorno alle quattro del mattino di martedì ha appiccato il fuoco dentro casa, in più punti, con un accendino. E se ne è andato. Un vicino ha dato l’allarme vedendo il fumo uscire dalla villetta. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno spento l’incendio e hanno trovato il corpo della donna a terra. Il figlio è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario: l’udienza di convalida dell’arresto è stata fissata per domani. Il ragazzo, di fronte al procuratore Luca Tescaroli e al pm Laura Canovai che martedì lo hanno interrogato (presente un interprete della lingua dei segni), ha ammesso tutto.
“L’ho ammazzata perché mi trattava male, e poi avrei fatto lo stesso con mio padre, mio fratello e la sua fidanzata. Quando ero piccolo mi picchiavano”. Così ha giustificato il suo gesto il 22enne, assistito dall’avvocato Roberta Roviello. Ha detto anche che non prendeva farmaci, ma a novembre era stato sottoposto a un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) e ricoverato in ospedale a Prato nel reparto di psichiatria. E’ facile immaginare che una cura farmacologica gli fosse stata prescritta. Le cartelle sanitarie sono state sequestrate dalla procura. La tragedia di Montepiano ha scovolto il paese, un pugno di case dove tutti si conoscono e che ora si stringe nel dolore per la perdita di Anna. La famiglia era seguita dai servizi sociali del Comune e proprio ieri, confermano dall’amministrazione comunale, gli assistenti sociali avrebbero dovuto vedere madre e figlio. Il padre non viveva più con loro da qualche tempo. Per un periodo aveva dormito in auto, poi i servizi sociali gli avevano trovato una sistemazione. L’altro fratello, invece, abita in Sicilia con la fidanzata.
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Firenze, 27 febbraio 2025 – «Di fronte ai disturbi psichici è fondamentale agire presto e non lasciare da sole le famiglie». Lo spiega Francesca Soldaini, presidente dell’Associazione Nuova Aurora Aps, che riunisce parenti (e non solo) di persone con problemi di salute mentale. Periodicamente i fatti di cronaca puntano i riflettori sulla salute mentale. Come vivete questa attenzione?
«Sensibilizzare è importante, ma vanno precisati alcuni aspetti: andando ad approfondire i singoli episodi, spesso purtroppo tragici, a volte ci accorgiamo che non nascono da disturbi psichici, ma da disagio sociale, dipendenza da sostanze o altro. Quando è così, informazioni sbagliate rischiano solo di aumentare lo stigma».
Le famiglie che affrontano queste patologie, come vivono la quotidianità?
«Sono spesso da sole, non perché i servizi non ci siano, ma perché sono insufficienti. Basti pensare che circa il 3% della spesa sanitaria dovrebbe andare alla salute mentale, ma in tanti casi non si arriva a questa percentuale. Per contro, si stima che il 25% delle persone soffra di disturbi del genere nell’arco della vita. Ci sono poi continui tagli e razionalizzazioni, col personale del servizio pubblico che non sempre viene sostituito in caso di pensionamento, malattia o maternità. La mia non è una critica al servizio, che sarebbe molto valido, ma alla concreta possibilità di erogarlo a sufficienza».
Che cosa servirebbe?
«Proprio potenziare il servizio sanitario, creare una rete intorno alle famiglie, accrescere e valorizzare strutture come i Centri di salute mentale, che invece spesso vengono accorpati, come è successo a Firenze».
Qual è il momento più difficile per un familiare?
«Quello della diagnosi. È complesso, soprattutto all’inizio, inquadrare il problema. Alcuni disturbi, in età infantile e giovanile, vengono confusi con difficoltà scolastiche, carenza di interesse, generico disagio. Quando arriva la diagnosi cambia tutto: per la famiglia inizia un difficile percorso di accettazione e crescita. Prima l’insorgenza era verso i 18/19 anni, adesso molto prima, forse perché i ragazzi sono più precoci. Questo potrebbe essere un vantaggio, favorendo un intervento immediato, anche col supporto delle scuole. Non sempre però è così. Arrivano da noi genitori con figli di 40 anni che non si sono mai curati».
Qual è il ruolo delle associazioni come la vostra?
«Noi siamo nati nel 1992 nel quartiere 3 di Firenze e poi ci siamo allargati oltre. Della nostra associazione fanno parte genitori, parenti, utenti e semplici cittadini che vogliono dare una mano. I ragazzi e le ragazze con problemi di salute mentale non hanno solo bisogno di terapie, ma anche di essere inclusi nella società, aiutati a evitare l’isolamento. Anche per i genitori, condividere i problemi è positivo: per questo abbiamo un gruppo di auto-aiuto che si riunisce due volte al mese. Dal 28 febbraio porteremo infine avanti la raccolta fondi «Crazy Talent - Un Talento per Tutti» (https://crazytalent.sijam.it/) nata all’interno del bando Social Innovation Jam di Fondazione CR Firenze. L’obiettivo è sostenere laboratori artistici e sportivi proprio per favorire il benessere e l’inclusione sociale di persone con disturbi psichici».