
Non nasconde l’amarezza il legale ’storico’ del caso che andrà in Cassazione
"Ormai combatteremo fino all’ultimo grado di giudizio perché sono pronunce ingiuste. Il morale dei miei assistiti? Un po’ basso ma non molleranno di un centimetro", sintetizza l’avvocato Manfredi Biotti (foto in basso a sinistra) che sin dall’inizio dell’inchiesta ha seguito questa controversa vicenda giudiziaria. Assisteva sei dei 10 agenti che il 17 febbraio 2021 erano stati condannati con rito abbreviato dal gup Jacopo Rocchi ed altri 4 della penitenziaria che avevano scelto la strada del dibattimento conclusa con le condanne, più pesanti, sempre per tortura del 9 marzo 2023. Che sono state sì diminuite come aveva invocato anche il procuratore Ettore Squillace Greco ma non come aveva indicato. In tre casi si superano, seppure di poco, i 4 anni per cui c’è il rischio che con un’eventuale conferma della Cassazione debbano scontare qualche settimana. "Paradossalmente – osserva infatti l’avvocato Biotti –, anche in considerazione dell’entità delle nuove pene, è stata una sentenza ancora più ingiusta di quella di primo grado. Riconoscendo le attenuanti generiche si dovevano contenere almeno al di sotto dei 4 anni. Non so come sia stato fatto il calcolo però, in caso di conferma della Cassazione, due dei miei assistiti rischiano il carcere. Si sta facendo un processo da anni per un trasferimento di cella durato 4 minuti e 32 secondi! Ribadisco, combatteremo fino all’ultimo grado di giudizio".
"Siamo soddisfatti della tenuta dell’impianto accusatorio che mantiene ferma la lettura della tortura del pubblico ufficiale come fattispecie autonoma", commenta dopo il verdetto Michele Passione (foto in alto a sinistra), avvocato del Garante nazione per i detenuti che era parte civile. "Resta intatta la fiducia in tutte le forze di polizia ma è nell’interesse delle stesse avere chiaro ciò che si può fare e ciò che è vietato", aggiunge rilevando di aver segnalato, nel corso del processo di appello, "che in relazione alla tortura, definiamola di Stato, è intervenuta anche la Corte costituzionale nella sentenza Regeni affermando l’autonomia e non la natura di circostanza aggravante nel reato di tortura se commesso da pubblico ufficiale".
La.Valde.