
Il carcere di Ranza a San Gimignano, in provincia di Siena
Siena, 4 aprile 2025 – Quindici agenti del carcere di Ranza a San Gimignano sono stati condannati ieri dalla Corte di appello di Firenze, a vario titolo, per i reati di concorso in torture e lesioni. Per il comportamento definito dalla procura e nella sentenza di primo grado “inumano e degradante” nei confronti di un detenuto tunisino di 31 anni, l’11 ottobre 2018, mentre veniva trasferito di cella. Momenti fissati da un video di 4 minuti e 32 secondi delle telecamere di sorveglianza all’interno del reparto di isolamento. I giudici senesi avevano parlato di “spedizione punitiva” nei confronti del carcerato in cella per furti e droga. Si sarebbero mossi “a falange” indossando i guanti, i 15 delle penitenziaria. Il tunisino credeva di andare a fare la doccia, era successo tutt’altro. Si configurava “l’autonomo delitto di tortura commesso da pubblici ufficiali”, per questo la sentenza di primo grado era stata definita storica. Altrettanto lo sono le condanne di ieri in appello della seconda sezione presieduta da Alessandro Nencini. Tutti gli imputati erano presenti in tribunale, molti anche insieme ai familiari. C’è stata rabbia e incredulità, una volta fuori un parente ha battuto le mani in direzione dell’aula, un altro ha sussurrato: “Non è giustizia”.
Il procuratore generale Ettore Squillace Greco aveva chiesto la conferma delle pene emesse il 17 febbraio 2021 dal gup di Siena per 10 della penitenziaria che avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Andavano da un minimo di 2 anni e 3 mesi per due agenti, a 2 anni e 8 mesi per uno mentre a sette di loro furono inflitti 2 anni e 6 mesi per tortura e lesioni. Verdetto confermato in toto dalla Corte di appello. Per i cinque colleghi accusati dello stesso reato e, a vario titolo, anche di falso e minaccia aggravata, Squillace Greco aveva chiesto una riduzione delle pene di primo grado che spaziavano dai 6 anni e mezzo a 5 anni e 11 mesi.
La Corte di appello le ha ridotte tenendo conto delle attenuanti generiche: 3 anni e 8 mesi la più bassa, le altre sono state di 4 anni per un agente, per due imputati di 4 anni e 1 mese, per un altro di 4 anni 2 mesi e 20 giorni.
“Paradossalmente – il commento a caldo dell’avvocato Manfredi Biotti che difendeva dieci imputati – , considerata l’entità delle pene è ancora più ingiusta di quella del 9 marzo 2023. Due dei miei assistiti rischiano il carcere in caso di conferma della Cassazione. Combatteremo fino all’ultimo grado di giudizio. Il loro morale? Un po’ basso ma non molleranno di un centimetro”.
L’interdizione perpetua dai pubblici uffici è stata sostituita con quella temporanea di 5 anni, revocate le sanzioni accessorie dell’interdizione legale e della sospensione della responsabilità genitoriale. “Soddisfatti della tenuta dell’impianto che mantiene ferma la lettura della tortura del pubblico ufficiale come fattispecie autonoma. Il reato va preservato nell’integralità – osserva l’avvocato Michele Passione che rappresentava il Garante nazionale dei detenuti – tutelando la dignità dell’uomo e lo fa in massima specie quando un reato così grave è commesso da un pubblico ufficiale. Resta intatta la fiducia in tutte le forze di polizia”.