
La sentenza sul caso delle presunte torture a Ranza è stata pronunciata dalla seconda. sezione penale della Corte di appello di Firenze presieduta da Alessandro Nencini (nella foto)
di Laura Valdesi
SIENA
"Non c’è dubbio che il detenuto colpito con pugni, calci e schiacciato a terra per circa 40 secondi sia stato sottoposto ad inutili quanto acute sofferenze fisiche. Gli operatori professionali non avevano certo bisogno di ricorrere a tali eccessi per spostare un piccolo uomo che esce tranquillamente dalla sua cella convinto di andare a fare la doccia. Ma hanno commesso i fatti in una situazione che è stata pacificamente riconosciuta come difficile", aveva detto il procuratore generale della Corte di appello Ettore Squillace Greco il 10 ottobre scorso riferendosi alla situazione del carcere di San Gimignano nell’ottobre 2018, quando accadde il fatto salito alla ribalta nazionale. Chiese la condanna – ma pene più lievi – per i cinque della polizia penitenziaria di Ranza accusati a vario titolo di torture, falso e minaccia aggravata. "E’ stata un’operazione con finalità dimostrative e deterrenti, non un semplice trasferimento di cella", aggiunse sottolineando che le lesioni causate al detenuto erano state però "limitate". Chiese di limare le pene decise dal tribunale di Siena il 9 marzo 2023 che erano state di 6 anni per un ispettore superiore, di altrettanti per un ispettore capo e di 6 anni per un pari grado. Per due assistenti capo, poi, rispettivamente di 5 anni e 11 mesi e di 5 anni e 10 mesi. Squillace Greco riteneva giusti per un imputato 4 anni, per tutti gli altri fra 3 anni e 10 mesi e 3 anni e 11 mesi. La Corte di appello di Firenze, dopo poco più di un’ora di camera di consiglio, ha conservato il reato di tortura commessa da pubblico ufficiale per il trattamento riservato al detenuto tunisino quell’11 ottobre 2018. Ma ha condannato i cinque agenti che avevano affrontato il lunghissimo processo a Siena a pene in tre casi superiori a 4 anni: vuole dire che se la corte di Cassazione, a cui certo faranno ricorso, confermerà il verdetto rischiano di dover andare in carcere. La pena più bassa è stata per un solo imputato: 3 anni e 8 mesi di reclusione. L’impianto accusatorio, dunque, della procura di Siena ha retto.
E’ stato lo stesso per gli altri agenti della penitenziaria che quel giorno avevano partecipato al trasferimento di cella del detenuto tunisino, i primi ad essere condannati dal tribunale di viale Franci il 17 febbraio 2021 con rito abbreviato dal gup Jacopo Rocchi. Nessuno sconto per loro, pene confermate in blocco dalla Corte di appello. "Sono rimasto molto deluso – ha dichiarato l’avvocato Stefano Cipriani che difendeva uno di questi ultimi –, non posso che aspettare le motivazioni che saranno depositate entro novanta giorni per valutare l’impugnazione davanti alla corte di Cassazione. Sottolineo come persone che non erano di quel reparto e che sono andate solo ad aiutare dei colleghi per il trasferimento di cella di un detenuto si vedono ora condannate per tortura".
Tornando alla condanna in appello per i cinque che erano stati invece giudicati nel marzo 2023 a Siena, sono state riconosciute le attenuanti generiche, la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici sostituita con quella dell’interdizione temporanea per la durata di 5 anni. E ancora: revocata nei confronti di tutti e 5 l’interdizione legale durante l’esecuzione della pena e la sospensione della responsabilità genitoriale. Sono stati condannati poi al pagamento delle spese di difesa delle parti civili. Un caso che continuerà a far discutere, in attesa delle motivazioni.