
di Andrea Spinelli
"Stare solo sul palco ti consente di navigare a vista, un po’ come le tre caravelle, con la speranza che il viaggio possa portarti alla scoperta di una nuova America, quella di regalare al pubblico un po’ di leggerezza e armonia" dice Claudio Baglioni a proposito di “Dodici note solo“, lo spettacolo "a mani nude" che, dopo aver toccato a marzo il Morlacchi, approda sabato 14 maggio al Lyrick. "Anche per questo abbiamo scelto come porti sicuri 60 tra i maggiori teatri di tradizione italiani. Ferri di cavallo simili a cortili in cui affacciarsi e raccontarsi nati per il teatro cantato, per il melodramma, a volte occupati da noi che siamo i parenti arrivati più tardi con le canzoni popolari, spesso somiglianti però agli adagi e ai larghi operistici".
Che significa ingaggiare ogni sera questo "corpo a corpo" col suo repertorio?
"L’idea da cui sono partito è stata quella di dividere uno strumento solitamente unico come il pianoforte in tre parti, in tre strumenti diversi che proiettati nella dimensione tempo-spazio diventano ieri, oggi e domani, ovvero passato, presente e futuro. La sonorità tipica del pianoforte è, infatti, molto rigorosa, nuda, immutabile nel tempo. Nel piano elettrico, invece c’è un presente che fluttua, si muove come l’aria e l’acqua. Il futuro, infine, sta nella clavinova, più vivace, colorata, con molte possibilità di combinare suoni veri e aggiunti".
Lei non è nuovo ad esperienze di questo genere.
"Nel 2000 ho fatto un tour nei teatri di tradizione simile a questo, poi un altro una decina di anni fa… Mi trovo a vivere un momento particolare perché a vent’anni sai di avere tutta la vita davanti e di poterti prendere anche delle pause, mentre ora che ne conti qualcuno di più l’assenza dai palchi, il non poter cantare e suonare per un pubblico in sala, si fa sentire".
Con oltre 300 canzoni, scegliere ogni sera quelle dello spettacolo dev’essere una faticaccia.
"Alcune canzoni avrebbero potuto essere state scritte oggi, mentre altre non hanno il passaporto del tempo. La musica è fluida e possiede una capacità incredibile d’adattarsi ai tempi. Comunque, la sera, nonostante i tempi dilatati, è sempre dura fare una scelta. Da una parte ci sono i pezzi cardinali, quelli più popolari, quelli entrati nella memoria collettiva, mentre dall’altro c’è una spinta a dedicarsi ad un repertorio meno consueto. Paradossalmente, vive meglio chi ha fatto solo due album perché così almeno non viene assalito dai dubbi e dalla decimazione".
Il film “In questa storia che è la mia“, il film attinto dall’album omonimo di due anni fa, è di fatto musical. Se un produttore le chiedesse di utilizzare il suo repertorio per una produzione teatrale, accetterebbe?
"Assolutamente sì, perché quello del musical è il sogno che tengo ancora nel cassetto. Pure concerti che ho fatto negli ultimi 15-20 anni, con la loro somma di linguaggi espressivi diversi, sembrano prove tecniche di commedia musicale. I miei primi album di successo, vale a dire ‘Questo piccolo grande amore’, ‘Gira che ti rigira amore bello’, ‘E tu…’, furono pensati proprio come dei musical. ‘E tu…’, in particolare, lo scrissi pensando alla figura di un Ulisse moderno, di un avventuriero solitario alla Corto Maltese; poi però, confrontandomi con Vangelis, arrangiatore del disco, mi resi conto che sarebbe stato un lavoro arduo e trasformai quei temi in canzoni".
La cosa più temeraria che le è capitato di fare nella vita?
"Il tour di ‘Assolo’, in cui mi presentavo da solo negli stadi. Non so ancora come abbia fatto ad uscirne vivo".
Cosa le lascia questo tour de force teatrale?
"Prima di partire avevo un’ansia tremenda, ma sentivo l’urgenza di fare qualcosa dopo tanti mesi di inattività per raschiare la ruggine e soffiare via la polvere depositata dai due anni d’inattività. Ora, però, ne sono soddisfatto. Molto probabilmente sarà il mio ultimo concerto di questo tipo e vorrei tanto ne restasse un ricordo netto, preciso. Agli altri e a me".