
La casa di via Porta Fuga in cui la coppia viveva e dove si è consumata l’uccisione di Laura Papadia, strangolata in camera da letto dal marito Gianluca Romita
Spoleto, 4 aprile 2025 – Perché Gianluca Romita, reconfesso dell’uccisione della moglie Laura Papadia, avrebbe lanciato il telefono cellulare dal Ponte delle Torri, da cui minacciava di gettarsi dopo il delitto? La risposta potrebbe arrivare proprio da quel dispositivo che gli agenti della polizia di Spoleto insieme ai vigili del fuoco e ai volontari della protezione civile hanno rinvenuto nella tarda mattinata di lunedì scorso, proprio sotto al Ponte delle Torri.
Presumibilmente il telefono e i suoi contenuti saranno ora affidati a un perito nominato dalla Procura per capire se ci sono indizi utili per ricostruire i fatti che ruotano intorno alla brutale uccisione della donna, strangolata nella loro casa di via Porta Fuga alle prime ore della mattina del 26 marzo scorso. Intanto però i familiari di Laura Papadia hanno nominato il legale Luigi Teglia che li assiste in questa terribile vicenda e , attendono la restituzione della salma.
I funerali, che si dovrebbero tenere a Palermo, città d’origine della vittima, non saranno celebrati prima della prossima settimana. Il cadavere della donna, ritrovato nove giorni fa a terra nell’appartamento di via Porta Fuga a Spoleto, è stato messo a disposizione dell’autorità giudiziaria e in questi giorni a Perugia è stato effettuato l’esame autoptico. Sarà proprio l’autopsia a stabilire se la donna fosse incinta e a fornire importanti indicazioni per ricostruire la dinamica di quello che in primo momento è stato definito uno strangolamento frutto di un’aggressione alle spalle.
Romita, reo confesso ed assistito dall’avvocato Manola Antinori Petrini, dopo l’udienza di convalida del provvedimento rimane recluso al carcere di Maiano di Spoleto. Al momento il reato contestato è quello di omicidio volontario, ma se fosse confermata l’ipotesi della premeditazione al vaglio degli inquirenti la sua posizione potrebbe aggravarsi.
E proprio sull’eventuale premeditazione sembrano confluire diversi elementi: il cellulare di cui l’uomo si è disfato e che come detto è stato ora ritrovato e sarà analizzato; i settemila euro in contanti che l’uomo teneva nell0’abitazione nella sua disponibilità; i giorni di ferie che aveva chiesto al datore di lavoro e che poi avrebbe annullato. Quel telefonino, insomma, potrebbe dire molto di più di quanto fino a qui tragicamente emerso.
D.M.